Libertà di espressione e potestà disciplinare in ambito militare

Il Consiglio di Stato pubblica una sentenza importante, su un caso delicato relativo all’esercizio della libertà di espressione in ambito militare.

Il caso

Un militare è stato ripreso presso il proprio domicilio, tramite una tecnologia occultata all’interno di una borsa, all’atto di rilasciare dichiarazioni controverse, inerenti l’attività repressiva della locale criminalità attiva nel settore dello spaccio di stupefacenti.

Le dichiarazioni così registrate sono state trasmesse nell’ambito di una delle principali trasmissioni televisive in prima serata, su rete nazionale, senza l’autorizzazione del militare.

La Direzione generale per il personale militare del Ministero della Difesa ha disposto procedimento disciplinare a carico del dichiarante e ha concluso adottando la perdita del grado per rimozione, la massima sanzione disciplinare equivalente all’espulsione.

L’azione giudiziaria e la sentenza

Il ricorrente ha impugnato la sanzione disciplinare, chiedendo un accurato esame delle risultanze di fatto al fine di valutare in modo maggiormente obiettivo le dichiarazioni rilasciate.

Arrivato il contenzioso dinanzi al Consiglio di Stato, il giudice sulla base degli atti, esaminato in particolare il video delle dichiarazioni, ha deciso di accogliere l’appello e annullare il provvedimento impugnato in primo grado.

Nella sentenza i giudici di Palazzo Spada osservano che in un ordinamento liberale la libertà di espressione è tutelata in modo ampio dalla Costituzione e della convenzioni internazionali.

La libertà di espressione del militare e di alcune categorie di pubblici funzionari è poi cedevole rispetto ad altri valori costituzionali, che assumono priorità, con la conseguenza che qualsiasi dichiarazione può essere rilevante sul piano disciplinare, se offensiva di valori aventi medesimo rango costituzionale. Questi valori sono perlomeno l’esistenza, l’integrità, l’unità, l’indipendenza, la pace, la difesa militare e civile dello Stato, il prestigio del Governo, dell’ordine giudiziario e delle forze armate, come già affermato dalla Corte costituzionale in alcuni precedenti.

Secondo il Consiglio, la valutazione in ordine alla gravità dei fatti addebitati in relazione all’applicazione di una sanzione disciplinare, costituisce espressione di discrezionalità amministrativa, non sindacabile in via generale dal giudice della legittimità, salvo che in ipotesi di eccesso di potere, nelle sue varie forme sintomatiche, quali la manifesta illogicità, la manifesta irragionevolezza, l’evidente sproporzionalità e il travisamento.

L’art.1355 del Codice dell’Ordinamento Militare, di cui l’art. 1472, comma 1 del medesimo Codice è norma di attuazione (“i militari possono liberamente pubblicare loro scritti, tenere pubbliche conferenze e comunque manifestare pubblicamente il proprio pensiero, salvo che si tratti di argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio per i quali deve essere ottenuta l’autorizzazione”) statuisce che “le sanzioni disciplinari sono commisurate al tipo di mancanza commessa ed alla gravità della stessa”, ed è proprio in base a tale parametro legale, sebbene di tenore generale, che è emersa l’illegittimità della sanzione adottata,  risultando sproporzionata rispetto alla condotta contestata, una volta sfrondata degli elementi risultati insussistenti o comunque non adeguatamente supportati sul piano probatorio.

Le modalità ingannevoli di un’operazione di registrazione di dichiarazioni, effettuate nell’abitazione di un militare e comunque sicuramente non rilasciate nella consapevolezza della loro successiva diffusione sulla televisione nazionale, implicano che la risonanza mediatica delle dichiarazioni non può gravare sulla posizione del dichiarante, non essendo adeguatamente comprovata la sua partecipazione psicologica in proposito (in ciò si vede un’adesione sostanziale ai principi liberali della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e un’interpretazione rigorosa del principio di colpevolezza, esteso anche all’ambito disciplinare).

Non tutte le ipotesi di violazione del giuramento integrano quindi una mancanza disciplinare talmente grave da comportare l’applicazione della perdita del grado per rimozione, massima sanzione disciplinare in ambito militare; pertanto, anche in presenza di infrazioni disciplinari ai fondamentali doveri attinenti al giuramento prestato, l’amministrazione militare deve procedere applicando il principio di proporzionalità della sanzione.

La sentenza permette di trarre alcune conclusioni anche per il diritto amministrativo generale. In particolare la verifica della violazione del principio di proporzionalità da parte dell’Amministrazione, in ambito sanzionatorio, può passare attraverso un esame analitico degli elementi di fatto acquisiti all’istruttoria e della loro obiettiva sussistenza o insussistenza.

Cons. Stato, II, 1905 del 16 marzo 2022